STUDI RINASCIMENTALI

Rivista internazionale di letteratura italiana
Annuale
Direttori: Marcello Ciccuto, Pasquale Sabbatino
Comitato editoriale: Gabriella Albanese, Rossend Arques, Antonio Corsaro, Giuliana Crevatin, Enrico Fenzi, Filippo Grazzini, Giorgio Masi, Michel Paoli, Eduardo Saccone, Leonardo Sebastio, Ruggiero Stefanelli, Luigi Surdich, Frederique Verrier, Olga Zorzi Pugliese.
Rubriche: Protagonisti; Testi; Rinascimento e rinascimenti; Il Rinascimento nell’Ottocento e nel Novecento.

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Anno 2018 - N. 16
(a cura di Sara Laudiero)

«ASCENDE SOVRA TUTTE LE STELLE»: LE FORME DEL POEMA DAL TRE AL SEICENTO.
VINCENZO CAPUTO, Presentazione
Presentazione del tema del volume e dei saggi contenuti.
Pag. 11-14

ALFONSO PAOLELLA, Sofonisba nell'Africa del Petrarca
Anche Petrarca ha tentato di misurarsi con la tradizione epica nel poema incompiuto: l’Africa. Il v libro del poema è dedicato al tragico amore tra Massinissa e Sofonisba. I temi di questo libro sono l’‘amore impossibile’, gli ‘amanti infelici’, la ‘morte eroica per amore’ e i rapporti tra sentimento e ‘ragioni politico-militari’, ecc. Il saggio intende scoprire, alla luce della semiotica testuale, le tecniche narrative (‘punto di vista’ narratologico, topoi, straniamento ‘ostranenie’, prolessi, suspence, intertestualità con la tradizione epica, ecc.) per tentare di smontare il testo, mostrare il ‘laboratorio’ dell’A. e scoprire le novità nella continuità della tradizione.
Pag. 15-23

NICOLA CATELLI, La scimmia nello specchio. Il proemio nel Morgante e la morte di Margutte
L’articolo prende in considerazione due luoghi del Morgante – le ottave proemiali e l’episodio della morte di Margutte – analizzandoli in una prospettiva metatestuale. Mentre infatti le ottave iniziali conducono il lettore a riflettere sulla condizione derivativa ed emulativa del poema, la sequenza della morte di Margutte permette di osservare la consapevolezza autoriflessiva di Pulci, all’insegna di un’insistita commistione di fonti e modelli letterari. In particolare, l’apparizione della bertuccia che innesca la risata di Margutte, riprendendo il duplice tópos figurativo e testuale della scimmia catturata con l’espediente degli stivali e del mercante derubato da un branco di scimmie, assume il valore di emblema che condensa i tratti ludici e parodici del poema.
Pag. 25-40

ELEONORA PERNA, Gli Orsini di Bracciano fra realtà storica e trasfigurazione letteraria nel II libro dell'Arctologus di Giovambattista Valentini, detto il Cantalicio
Nel presente contributo si esaminano alcuni aspetti stilistici e retorici della poetica dell’umanista Giovambattista Valentini, detto il Cantalicio, assumendo come modello il secondo libro dell’Arctologus, poema latino in quattro libri in metro eroico, databile ai primi anni del xvi sec. e dedicato al duca di Bracciano Gian Giordano Orsini. Per illustrare la trama del secondo libro, si riportano alcuni versi, con relativa traduzione, trascritti dal manoscritto v E 41 della Biblioteca Nazionale di Napoli Vittorio Emanuele III, attualmente unico testimone dell’opera. Il Cantalicio celebra le imprese compiute dagli Orsini dall’epoca di re Desiderio fno alla prima metà del Quattrocento, al tempo di papa Eugenio IV. Vero protagonista del secondo libro è Raimondo Orsini Del Balzo, il cui elogio presenta particolari afnità con le teorie retoriche dell’Institutio oratoria di Quintiliano. Ne consegue una trasfgurazione della realtà storica pienamente in linea con i canoni stilistici e retorici dell’Umanesimo.
Pag. 41-51

GIOVANNA RIZZARELLI, «Anco agli occhi suoi propri non crede». Vista e inganni dello sguardo in due novelle del Furioso
Ogni lettore del Furioso, dal più esperto al più ingenuo, deve fare i conti con il modo inconsueto in cui Ariosto percorre le vie del narrare. Il poeta non solo esibisce delle strategie narrative complesse, fondate su un uso magistrale dell’entrelacement, ma inserisce nella tramatura del poema, già articolata, diverse forme di racconto. In tale multiforme dispositivo diegetico spiccano, in particolare, per numero e per interesse, le narrazioni di secondo grado, parti imprescindibili del poema, afdate ai suoi protagonisti. Le novelle del Furioso testimoniano non solo un’innegabile attenzione del poeta per la rappresentazione dell’atto del raccontare ma danno prova anche della sua capacità di costruire narrazioni che si confrontano di continuo con la visualità. Infatti, in molti dei ‘racconti nel racconto’ presenti nel Furioso il senso della vista e gli inganni ai quali esso è soggetto divengono nodali per la macchina narrativa. In questo intervento si prende in considerazione il funzionamento di tali dispositivi narrativi incastonati nella diegesi del poema, analizzando le modalità con cui in due novelle del Furioso si tematizza e traduce in racconto ciò che è visibile o sembra tale.
Pag. 53-71

MATTEO PALUMBO, Metamorfosi dell'eroe epico: da Achille a Orlando e Tancredi
Il saggio si soferma, in primo luogo, sulle fgure archetipiche di Achille e Ulisse. Esse rivestono un valore esemplare: manifestano atteggiamenti che connotano una natura globale e fanno di loro due eroi tipici. A partire da queste fgure è possibile ragionare sui tratti di alcuni personaggi principali dell’Orlando furioso ariostesco e della Gerusalemme liberata tassiana. Esiste, infatti, un flo, che unisce il ‘furore’ di Orlando e le ‘ombre’ di Tancredi. I termini che gettano una luce sinistra sul destino di quest’ultimo sono appunto ‘ombra’ e ‘follia’. Le due parole riportano impercettibilmente alla antica storia di Orlando e al racconto della sua pazzia. A Tancredi, combattente audace e pieno di coraggio, tocca lo stesso scacco clamoroso del paladino di Carlo Magno. Egli rivive il medesimo destino di Orlando. In lui, tuttavia, il passaggio da un’identità all’altra non è violento. Non c’è una caduta verticale da cavaliere a bruto. Piuttosto l’ombra e la follia d’amore convivono inseparabilmente con la sua persona di cavaliere.
Pag. 73-87

MAIKO FAVARO, Un'autorità alternativa per l'epica cinquecentesca? Stazio e il volgarizzamento della Tebaide di Erasmo da Valvasone
Il poeta friulano Erasmo da Valvasone (ca. 1528-1593) realizzò la prima traduzione italiana della Tebaide di Stazio (1570), seguita poi da quelle di Giacinto Nini (1630) e di Cornelio Bentivoglio (1729). La versione del Valvasone è accompagnata da un’interessante prefazione scritta dall’amico Cesare Pavesi, personaggio importante anche per la formazione del giovane Tasso. In questo articolo, si esamina in che modo e per quali aspetti il Valvasone e il Pavesi tentano di promuovere il ruolo di Stazio quale autorità nel vivace dibattito contemporaneo sull’epica e nella pratica concreta della scrittura di poemi.
Pag. 89-97

ROSANNA MORACE, La drammatizzazione dell'epica tra Amadigi e Liberata
Il contributo esamina le analogie stilistiche e i richiami intertestuali tra gli episodi pateticoelegiaci dell’Amadigi e della Gerusalemme Liberata, individuando una comune sensibilità nel drammatizzare le scene nodali dei poemi. Si analizzano, perciò, lo scontro tra gli amanti Alidoro-Mirinda e Tancredi-Clorinda; le invettive di Corisanda e Armida abbandonate; il lamento di Lucilla e Licasta sul corpo esanime di Alidoro e Agelao in rapporto al xii e al xix canto della Liberata.
Pag. 92-112

VINCENZO CAPUTO, «Ascende sovra tutte le stelle». Ancora su Tasso, Dante e allegoria
Il contributo intende esaminare il rapporto tra Tasso e Dante, puntando l’attenzione sulla rifessione teorica che il secondo svolge sugli scritti del primo (e, da questo punto di vista, l’analisi è rivolta specifcatamente sull’‘allegoria’). Si vogliono indagare quelle testimonianze, che consentono di verifcare ‘in presa diretta’ gli esiti teorici che il poema dantesco produsse sull’autore della Liberata. In tal senso il discorso non si tradurrà nella verifca, a voler banalizzare, di quanta Commedia ci sia in Tasso, ma piuttosto si cercherà di comprendere quale ruolo ebbe l’analisi delle tre cantiche all’interno delle rifessioni tassiane sull’epica.
Pag. 113-122

SALVATORE DI MARZO, Le metamorfosi di Erminia: l'esegesi della Liberata dall'Impresa di Agucchi alla pittura bolognese del primo Seicento
L’Impresa per dipingere la historia di Erminia (1602) di Giovan Battista Agucchi rappresenta un nodo cruciale per la storia fgurativa della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. L’intervento intende evidenziare il carattere fortemente interpretativo del documento del prelato in relazione al testo del poema, mediante il confronto fra versi e prosa. L’ekphrasis esegetica di Agucchi costituisce inoltre un momento di incontro e dialogo per gli artisti che ne sono più o meno direttamente infuenzati. A partire da Ludovico Carracci, a cui si pensa fosse destinata l’Impresa, si procede attraverso un’analisi dell’opera di artisti bolognesi quali Domenichino, il Guercino e Giovanni Lanfranco, rilevando, infne, un graduale allontanamento dalle originarie intenzioni di Agucchi.
Pag. 123-135

ADRIANA MAURIELLO, La parodia dell'eroe nell'opera di Giulio Cesare Cortese
Pubblicate, rispettivamente, nel 1612, nel 1619 e nel 1627, la Vaiasseide, il Micco passaro nnamorato e Lo Cerriglio ncantato di Giulio Cesare Cortese sono ascrivibili, senza alcuna difcoltà, alla sfera del parodico. In questa direzione vanno sicuramente tanto la sfumatura ossimorica del titolo della Vaiasseide quanto l’etichetta di ‘poema’ che contrassegna, nelle stampe antiche, tutte e tre le opere. Inquesto sottile gioco parodistico, che coinvolge le macrostrutture e i dettagli, i personaggi e le comparse, gli episodi e le descrizioni, un ruolo di primo piano ha il Micco passaro. Qui l’intento di Cortese sembra essere quello di utilizzare il canone eroicomico, per sperimentare nuovi modelli di scrittura e riempire di signifcato la scelta ‘trasgressiva’ del dialetto.
Pag. 137-143

PASQUALE SABBATINO, Il poema dipinto dell'artista-filosofo Annibale Carracci, l'Adone del Marino con le allegorie di Lorenzo Scoto e l'ecfrasi del classicista Bellori (1657 e 1672)
L’insieme delle pitture della Galleria Farnese, dipinta da Annibale Carracci e descritta dal classicista Bellori nelle Vite de’ pittori, scultori e architetti moderni (1672), compone un vero e proprio poema dipinto, con una folla di fgure divine e umane, prelevate dalla mitologia e dalla letteratura, e in ciascuna fgura il pittore-flosofo immette il sofo della vita, fatta di passioni e altri afetti umani. L’iscrizione della Galleria Farnese al genere (letterario e pittorico) del poema trasforma i singoli quadri in canti, che narrano attraverso i personaggi e l’intreccio delle favole la guerra e la pace dell’Amore celeste e dell’Amore terreno.
Pag. 145-164