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  OTTO / NOVECENTO

Quadrimestrale
Direzione scientifica: Giuseppe Farinelli.
Comitato scientifico: Giorgio Bàrberi Squarotti (Univ. di Torino); Maria Cristina Benussi (Univ. di Trieste); Alberto Cadioli (Univ. di Milano); Angelo Colombo (Univ. di Besançon); Anna Dolfi (Univ. di Firenze); Anna Folli (Univ. di Ferrara); François Livi (Univ. Paris-Sorbonne); Francisco López (Univ. Iberoamericana Ciudad de México); Antonio Lucio Giannone (Univ. del Salento); Alfredo Luzi (Univ. di Macerata); Nicola Merola (Univ. della Calabria); Aldo Morace (Univ. di Sassari); Franco Musarra (Univ. di Leuven); Salvatore Nigro (Univ. Iulm di Milano); Deirdre O’Grady (Univ. College Dublin); Angelo Pupino (Univ. Orientale di Napoli); Silvio Ramat (Univ. di Padova); Giuseppe Savoca (Univ. di Catania); Giuseppe Zaccarua (Univ. del Piemonte Orientale).
Redazione: Ermanno Paccagnini; Angela Ida Villa.
Rubriche: Saggi; Note; Recensioni.

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OTTO / NOVECENTO


Anno 2015 - N. 1
Gennaio / Aprile
(a cura di Paolo Senna)

SAGGI

BRUNO NACCI, Il concetto di traduzione in Giacomo Leopardi e Friedrich Schleiermacher

Il saggio indaga le teorie sulla traduzione di Giacomo Leopardi e Friedrich Schleiermacher, a partire dai due principali testi in cui queste vengono sviluppate, ossia le riflessioni contenute nello “Zibaldone”, per Leopardi e “Über die verschiedenen Methoden des Übersetzens”, per quanto riguarda l’autore tedesco. Dalle riflessioni di Schleiermacher emergono la concezione ermeneutica dell’atto traduttorio, che rende la traduzione un testo dotato di una propria specificità, e la distinzione nelle due fasi della subtilisas intelligendi (l’atto interpretativo) e della subtilitas explicandi (il risultato dell’interpretazione). Nelle riflessioni di Leopardi emerge, invece, il carattere pratico ed artigianale del tradurre, tanto da rendere limitante ogni teoria aprioristica applicata alla traduzione.
Pag. 5-22
 


PIER ANGELO PEROTTI, Alcune esigenze narrative nei “Promessi Sposi”

Dopo aver affermato che la dilatazione della trama del romanzo fino a coprire quasi due anni con gli eventi narrati avesse per Manzoni lo scopo di includere determinati eventi storici, l’autore si sofferma su alcune vicende che, paradossalmente, avrebbero potuto essere narrate in un altro modo, o risolversi in minor tempo, se Manzoni non avesse dovuto sottostare alle esigenze della Storia. Ad esempio, Perotti si sofferma sull’episodio della prima visita milanese di Renzo. L’autore dimostra come possa apparire incongruo che, dopo un lungo viaggio, invece di accettare il consiglio del padre guardiano, il giovane si allontani finendo per capitare in mezzo ai tumulti della rivolta pane. Ciò è funzionale all’esigenza, che premeva a Manzoni, di inserire quell’evento storico nel romanzo. Lo stesso dicasi per l’arresto di Renzo, che viene anacronisticamente tradotto dai birri verso il carcere in pieno giorno per le vie di Milano. L’espediente narrativo fa sì che grazie all’aiuto della folla egli possa fuggire e dileguarsi, cosa che non avrebbe potuto verificarsi se il suo fermo fosse stato eseguito di notte, o alle prime luci dell’alba, con le strade deserte.
Pag. 23-41
 


EDOARDO BURONI, Una lingua per la musica, tra poesia ed estro bizzarro. Considerazioni sulle idee e sulla prassi linguistica di Arrigo Boito

Il saggio analizza lo stile linguistico boitiano, con l’avvertenza che si debba evitare di scindere la produzione legata alla professione di librettista verdiano e di compositore di opere melodrammatiche, come il “Mefistofele”, e da altre di carattere diverso, come quello di carattere privato. In particolare, vengono sottolineati l’attenzione riservata da parte di Boito al potere musicale della parola, sia di quella scritta, che di quella parlata, e il largo uso che egli fece di giochi di parole, onomatopee e nonsense.
Pag. 43-72
 


NOTE

GIUSEPPE PACE ASCIAK, Il “Manoscritto” fuori dal coro di Carlo Bini

L’autore si sofferma ad analizzare l’opera memorialistica “Manoscritto di un prigioniero” di Carlo Bini, coeva a “Le mie prigioni”, ma diametralmente opposta e, a differenza di quest’ultima, pressoché sconosciuta. Nata durante il periodo di prigionia di Bini nel carcere di Portoferraio nel 1833, apparve ai contemporanei un’opera di difficile collocazione stilistica. La sua atipicità continua a colpire anche il lettore odierno. Concepita come una sorta di dialogo con se stesso, ricca di registri stilistici differenti, che vanno dalla satira politica all’autobiografia, l’opera svela pian piano la sua natura all’incredulo lettore, che solamente all’undicesimo capitolo apprenderà che lo scrittore si trova in carcere come prigioniero politico.
Pag. 75-82
 


DARIO STAZZONE, L’imperativo del nome del padre e il “delirio” nel “Marchese di Roccaverdina” di Luigi Capuana

L’analisi dell’autore del saggio è volta a dimostrare l’estrema modernità del romanzo di Capuana. Al di là della corrente verista in cui è inserito “Marchese di Roccaverdina”, la pazzia del protagonista e il suo delirio sempre più accentuato dovuto allo sforzo di mantenere un terribile segreto, che minaccia il buon nome della sua casata, ne fanno un romanzo in stretta correlazione con le teorie sulla follia che andavano dispiegandosi in quegli anni e con la coeva narrativa psicologista francese.
Pag. 83-93
 


ANTONIO SICHERA, Marmelàdov uno e due. I gemelli pirandelliani di Dostoevskij da “Sopra e sotto” all’“Umorismo”

Dopo aver descritto minuziosamente la scena dell’incontro tra Marmelàdov e Raskòlnikov, in “Delitto e castigo” di Dostoevskij, l’autore del saggio spiega come questa abbia talmente colpito l’immaginazione di Pirandello da comparire per ben due volte nella sua produzione letteraria. La prima è la riproposizione della scena dostoevskijana, rimaneggiata e trasfigurata, in una novella forse meno conosciuta di altre, “Sopra e sotto”, comparsa per la prima volta nel 1915 sul "Corriere della Sera". La seconda è la citazione dell’incontro tra Marmelàdov e Raskòlnikov nel passo più celebre del saggio pirandelliano “Sull’umorismo”.
Pag. 95-106
 


PATRIZIA GUIDA, Il fallimento dell’intellettuale ‘organico’: proposta di lettura delle “Terre del Sacramento” di Francesco Jovine

Il saggio si concentra sulla definizione di intellettuale quale emerge dall’analisi dell’opera di Francesco Jovine, in particolare dal suo romanzo più celebre, “Le terre del Sacramento”. Il romanzo, pubblicato postumo nel 1950, ebbe una lunga gestazione, fin dai primi progetti dell’autore sulla realizzazione di un’opera di ampie dimensioni, che risalgono ad oltre un decennio prima. “Le terre del Sacramento” è dunque un romanzo neorealista, perfettamente aderente agli estremi temporali 1943-1948, teorizzati da Maria Corti. In questo romanzo corale affiorano le riflessioni sul ruolo dell’arte e dell’artista elaborate da Jovine già a partire dagli anni Trenta: la funzione sociale dell’arte, che deve sempre essere attinente alla realtà e non dissociata da essa, al contrario di certa poesia ermetica, il ruolo dell’artista e la sua responsabilità civile.
Pag. 107-116
 


ALFREDO LUZI, Joyce Lussu e la Prima guerra mondiale. Per una rilettura del romanzo “Sherlock Holmes, Anarchici e siluri”

L’autore del saggio prende in esame il romanzo di Joyce Lussu, “Sherlock Holmes, Anarchici e siluri”, in cui la scrittrice immagina che il famoso detective uscito dalla penna di Conan Doyle si rechi nelle Marche per indagare su una fabbrica di missili presso il Monte Conero. Joyce Lussu adotta uno degli escamotage letterari più conosciuti, dichiarando di aver rinvenuto alcuni appunti della nonna, Margaret Collier Galletti, anch’essa scrittrice, datati 1920, in cui raccontava dell’incontro con Sherlock Holmes e con il suo fido assistente Watson. In “Sherlock Holmes, Anarchici e siluri” la scrittrice introduce dunque il celebre personaggio inventato da Sir Arthur Conan Doyle nel vivo della storia italiana dei primi decenni del Novecento, mescolando finzione letteraria e realtà storica, figure realmente esistite ed altre uscite dalla penna di grandi scrittori, creando un romanzo originale e ben congegnato.
Pag. 117-123
 


DANIELA MARREDDA, La sestina del Dante ‘petroso’ nei “Medicamenta” di Patrizia Valduga

L’autrice del saggio indaga le forme metriche della poesia di Patrizia Valduga, che nella sua infinita sperimentazione sceglie di aderire alla tradizione lirica italiana e ai suoi metri più classici: la terzina, la sestina, l’ottava, il distico. Anche a livello lessicale la poesia della Valduga si rifà ai grandi padri della nostra letteratura, in primis a Dante. A differenza di altre opere dell’autrice, dove l’influenza dantesca è evidente ed esibita, nei “Medicamenta” essa è sensibilmente più discreta. Ciononostante, l’influsso del Sommo poeta è presente anche in questa raccolta, soprattutto a partire dalla seconda edizione dell’opera, che si contraddistingue dalla precedente per l’aggiunta, nella sezione “Altri medicamenta 1982-1988”, di due sestine, che possono essere ascritte alla tradizione del Dante ‘petroso’.
Pag. 125-132
 


MONTALIANA

CHIARA FAVATI, “Sul limite”. L’ontologia visiva di Montale di là dal muro

L’autrice del saggio indaga la natura delle “adorate mie larve”, le immagini vivificate da straordinaria forza plastica e inventiva di cui è disseminata l’opera montaliana, e che fungono da tramite tra il mondo dei vivi e quello esistente “al di là dell’anello che non tiene”. Concentrandosi sulla prosa “Sul limite” nella “Farfalla di Dinard”, l’articolo presenta un’analisi delle “direttrici specifiche” del testo (lo spazio, il tempo, i personaggi e gli oggetti) e ne approfondisce alcuni snodi tematici, quali il rapporto con la memoria e con l’inconscio, che si manifestano in un rapporto oscillante di obliterazione e riemersione.
Pag. 135-157
 


CRISTINA MARCHISIO, Montale in Spagna. Attorno a una dimenticata traduzione de “L’anguilla” anteriore alla “Bufera”

Nel 1954, la celeberrima lirica montaliana “L’anguilla” (a stampa per la prima volta su “Botteghe Oscure” nel 1948) aveva da poco iniziato a circolare e la raccolta destinata ad accoglierla (“La bufera e altro”, 1956) era, in quell’anno, ancora in fieri. Anche così, con sorprendente anticipo, essa fu oggetto di una traduzione in spagnolo, firmata dal poeta cordovese Ricardo Molina, che apparve sul foglio letterario “Cántico” (ottobre-novembre 1954). Il contributo dà conto di questa versione dimenticata dalla critica e si interroga sul suo notevole tempismo individuando, mediante la collazione di diverse possibili fonti bibliografiche e un esercizio di critica delle varianti, l’edizione a cui il traduttore si è affidato per avviare e completare il suo esercizio traduttorio.
Pag. 159-168
 


RECENSIONI

RAOUL BRUNI, Da un luogo alto. Su Leopardi e il leopardismo

Firenze , Ed. Le Lettere - 2014
(Stefania Triachini)
pag. 171-175

 

GIOVANNI BOINE, ADELAIDE COARI, Carteggio (1915-1917) a cura di Andrea Aveto

Novi Ligure , Ed. Città del Silenzio - 2014
(Paolo Senna)
pag. 175-176

 

GIORGIO TABANELLI, Carlo Bo. Il tempo dell'ermetismo

Venezia , Ed. Marsilio - 2011
(Benedetta Ziglioli)
pag. 177-179

 

LUIGI MARTELLINI, Le "Prospettive" di Malaparte

Napoli , Ed. Edizioni Scientifiche Italiane - 2014
(Brunella Baita)
pag. 179-185

 

ANNA DOLFI, Caproni, la cosa perduta e la malinconia

Genova , Ed. San Marco dei Giustiniani - 2014
(Lorenzo Peri)
pag. 185-191